Giovedì, Novembre 15, 2018

Discorso  di  Papa  Francesco  al  Congresso  Internazionale  della  Pastorale   delle grandi città.

Una  Chiesa  in  uscita,  samaritana,  per  incontrare  Dio  che  abita  nella  città  e  nei  poveri.  Questa l’immagine tracciata dal Papa, ricevendo i partecipanti al Congresso internazionale della pastorale delle  grandi  città,  tenutosi  nei  giorni  scorsi  a  Barcellona.  Per  l’occasione,  il  Pontefice  aveva  già inviato  un  messaggio,  indirizzato  all’arcivescovo  della  città  spagnola,  il  cardinale  Lluis  Martinez Sistach.  Ai  25  porporati  e  arcivescovi  che  hanno  preso  parte  alla  seconda  fase  dell’evento  -  alla prima  in  maggio  avevano  partecipato  esperti  di  sociologia,  pastorale  e  teologia  -  il  Pontefice  ha parlato  in  base  all’esperienza  da  “pastore  di  una  città  popolosa  e  multiculturale  com’è  Buenos Aires”  e  agli  incontri  tenuti  negli  anni  con  i  vescovi  argentini,  riflettendo  pure  sulla  Evangelii gaudium.

Un cambiamento di  mentalità  pastorale,  per  “aumentare  la  nostra  capacità  di  dialogare  con  le diverse  culture”,  “valorizzare”  la  religiosità  dei  popoli,  condividendo  pane  e  Vangelo  con  i  più poveri.  È l’esortazione  di  Papa  Francesco  ai  partecipanti  al  Congresso  internazionale  della pastorale  delle  grandi  città.  Fotografando gli agglomerati  urbani  di  oggi,  il  Pontefice  ha  notato come  ci  sia  bisogno  di  “riposizionare  i  nostri  pensieri  e  i  nostri  atteggiamenti”,  in  modo  da  non “rimanere disorientati”, confondendo poi anche “il  popolo di Dio”. La proposta del Papa allora è “una vera  trasformazione  ecclesiale”,  in  chiave  di  missione:  “Un  cambiamento  di  mentalità:  dal ricevere  all’uscire,  dall’aspettare  che  vengano  all’andare  a  cercarli.  Per me  questa  è  la  chiave! Uscire per incontrare Dio che abita nella città e nei poveri. Uscire per incontrarsi, per ascoltare, per benedire, per camminare con la gente. E facilitare l’incontro con il Signore. Rendere accessibile il sacramento  del  Battesimo.  Chiese aperte.  Segreterie con  orari  per  le  persone  che  lavorano. Catechesi adatte nei contenuti e negli orari della città”.

La  Chiesa,  ha  ricordato,  viene  “da  una  pratica  pastorale  secolare”,  in  cui  “era  l’unico  referente della cultura”: quindi, ha aggiunto, “ha sentito la responsabilità di delineare, e di imporre, non solo le  forme  culturali,  ma  anche  i  valori”.  Ma,  ha  constatato,  non  siamo  più  in  quell’epoca: “È  passata.  Non  siamo  nella  cristianità.  Non  più.  Oggi  non  siamo  più  gli  unici  che  producono cultura, né i primi, né i più ascoltati. Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale,  ma  non  di  una  ‘pastorale  relativista’,  che  per  voler  esser  presente  nella  ‘cucina culturale’ perde l’orizzonte evangelico, lasciando  l’uomo affidato a sé stesso ed emancipato dalla mano di Dio”.

Così facendo, ha detto, non si avrebbe “vero interesse per l’uomo”; gli si nasconderebbe “Gesù e la  verità  sull’uomo  stesso”:  “Occorre  avere  il  coraggio  di  fare  una  pastorale  evangelizzatrice audace  e  senza  timori,  perché  l’uomo,  la  donna,  le  famiglie  e  i  vari  gruppi  che  abitano  la  città aspettano da noi, e ne hanno bisogno per la loro vita, la Buona Notizia che è Gesù e il suo Vangelo. Tante  volte  sento  dire  che  si  prova  vergogna  ad  esporsi.  Dobbiamo  lavorare  per  non  avere vergogna o ritrosia nell’annunciare Gesù Cristo”.

Un  dialogo  pastorale  senza  relativismi,  ha  quindi  spiegato,  è  quello  che  “non  negozia  la  propria identità  cristiana,  ma  che  vuole  raggiungere  il  cuore  dell’altro,  degli  altri  diversi  da  noi,  e  lì seminare  il  Vangelo”.  Quindi,  senza  rifiutare  “l’apporto  delle  diverse  scienze  per  conoscere  il fenomeno urbano”, bisogna scoprire “il fondamento delle culture, nel profondo “assetate di Dio”, conoscendo “gli immaginari e le città invisibili, cioè i gruppi o i territori umani che si identificano nei loro simboli, linguaggi, riti e forme per raccontare la vita”. D’altro canto, ha ricordato il Papa, “Dio abita nella città”: bisogna andare a cercarlo e fermarsi “là dove Lui sta operando”.

L’invito è a “scoprire, nella religiosità dei nostri popoli, l’autentico substrato religioso, che in molti casi è cristiano e cattolico”: “Andare lì, al nucleo. Non possiamo misconoscere né disprezzare tale esperienza di Dio che, pur essendo a volte dispersa mescolata, chiede di essere scoperta e non costruita. Lì ci sono i semina Verbi seminati dallo Spirito del Signore”.

Anche  nelle  espressioni  di  “religiosità  naturale”,  quindi,  è  possibile  cominciare  “il  dialogo evangelizzatore”,  com’è  già  successo  nella  Chiesa  in  America  Latina  e  nei  Caraibi,  che  da  alcuni decenni  “si  è  resa  conto  di  questa  forza  religiosa, che  viene  soprattutto  dalle  maggioranze povere”: “Dio continua a parlarci oggi, come ha sempre fatto, per mezzo dei poveri, del 'resto'. In generale,  le  grandi  città  oggi  sono  abitate  da  numerosi  migranti  e poveri,  che  provengono  dalle zone rurali, o da altri continenti, con altre culture”.

Il Papa, che li vede anche a Roma, li definisce “pellegrini della vita” in cerca di ‘salvezza’, che molte volte hanno la capacità di andare avanti traendo forza solo da “un’esperienza semplice e profonda di fede in Dio”. La sfida, secondo il Pontefice, è duplice: “Essere ospitali verso i poveri e i migranti la città in genere non lo è, respinge – e valorizzare la loro fede. E’ molto probabile che questa fedesia  mescolata  con  elementi  del  pensiero  magico  e  immanentista,  ma  dobbiamo  cercarla, riconoscerla, interpretarla e sicuramente anche evangelizzarla. Ma non ho dubbi che nella fede di questi uomini e donne c’è un potenziale enorme per l’evangelizzazione delle aree urbane”. La realtà della città da cui non si può prescindere dunque è quella dei poveri, degli esclusi, degli scartati:  “La  Chiesa  non  può  ignorare  il  loro  grido,  né  entrare  nel  gioco  dei  sistemi  ingiusti, meschini  e  interessati  che  cercano  di  renderli  invisibili.  Tanti  poveri,  vittime  di  antiche  e  nuove povertà.  Ci  sono  le  nuove  povertà!  Povertà  strutturali  e  endemiche  che  stanno  escludendo generazioni di famiglie. Povertà economiche, sociali, morali e spirituali. Povertà che emarginano e scartano persone, figli di Dio. Nella città, il futuro dei poveri è più povertà”.

L’invito  -  rifacendosi  agli  insegnamenti  di  Benedetto  XVI  -  è  a  “imparare  a  suscitare  la  fede”, attraverso  le  catechesi  e  non  solo,  risvegliando  “la  curiosità  e  l’interesse  per  Gesù  Cristo”, mediante  una  Chiesa  samaritana:  nella  pastorale  urbana,  la  qualità  sarà  data  dalla  capacità  di testimonianza  che  essa  saprà  dare,  assieme  a  ogni  cristiano: “Con  la  testimonianza  possiamo  incidere  nei  nuclei  più  profondi,  là  dove  nasce  la  cultura.

Attraverso la testimonianza la Chiesa semina il granello di senape, ma lo fa nel cuore stesso delle culture che si stanno generando nelle città”. Una  testimonianza  concreta  di  misericordia  e  tenerezza,  “che  cerca  di  essere  presente  nelle periferie esistenziali e povere”, potrà aiutare i cristiani nel “costruire una città nella giustizia,  nella solidarietà  e  nella  pace”:  oltre  che  attraverso  una collaborazione  coi  “fratelli  di  altre  Chiese  e comunità ecclesiali” alla pastorale ecumenica caritativa, anche mediante l’impegno delle Caritas e delle  altre  organizzazioni  sociali  della  Chiesa,  degli  stessi  poveri  e  dei  laici:  “Anche  la  libertà  del laico.  Perché  quello  che  ci  imprigiona,  che  non  fa  spalancare  le  porte,  è  la  ‘malattia’  del clericalismo”.